
Quest’anno ho partecipato a due incontri di DEATH CAFE’ in cui le persone interessate all’argomento si confrontano sul tema della morte, nell’ottica di prendere confidenza con questa tematica, così ostica e difficile nella nostra società, e di vivere al meglio la propria esistenza.
Lo scopo dichiarato dei death café (aperti al pubblico) è infatti quello di aumentare la consapevolezza della morte per aiutare le persone a impiegare al meglio la propria vita.
Ogni partecipante espone le proprie esperienze, paure, i propri vissuti. Ci si confronta, si ascolta, si apprende e si ampliano le prospettive.
Mi sono avvicinata a questi incontri con curiosità e un certo scetticismo, per poi constatare con stupore crescente come le persone (io compresa), stimolate dal confronto, sappiano aprirsi e raccontarsi evidenziando così le infinite sfaccettature con cui ognuno di noi convive con l’esperienza morte.
L’atmosfera è conviviale: mentre si parla, si sorseggia il the accompagnato da un dolcetto, il gruppo ogni volta è diverso ed eterogeneo. È stato straordinario osservare come l’argomento proposto con questa modalità abbia permesso alle persone di aprirsi, esporsi e addentrarsi in questa tematica, con la massima naturalezza, ma talvolta anche con angoscia.
Donne anziane arrabbiate di dover lasciare il passo all’avvicinarsi del traguardo; insegnanti che cercano risposte alle tormentose domande dei propri alunni che hanno vissuto il lutto per la perdita di un loro compagno; medici e infermieri che giornalmente si rapportano con la malattia, il dolore, la disperazione; volontari di hospice che cercano un proprio modo per essere vicini ai morenti, alle loro paure e per far loro sentire il calore della propria presenza, per alleviare la loro solitudine. Questa situazione, naturale sì, ma che pone fine all’esistenza, spaventa, amplifica le paure di solitudine, di sofferenza, dell’inesplorato, destabilizza perché crea incertezza.
Condividere con gli altri
Condividere con gli altri questa tematica, esprimere i propri dubbi, angosce, progetti, sensazioni aiuta a sconfiggere la paura dell’ignoto, che in questo modo cessa di essere tale.
La morte, la nascondiamo come se fosse vergognosa e sporca. Nella morte, vediamo soltanto orrore, assurdità, sofferenza inutile e penosa, scandalo insopportabile: è invece il momento culminante della nostra vita, ne è il coronamento, quello che le dà senso e valore.
Resta comunque un immenso mistero, un grande punto interrogativo che portiamo nell’intimità più profonda.
–Da La Morte Amica, Marie De Hennezel-
È un argomento che tocca l’intimità più profonda di ogni essere umano, ma per le persone malate e per coloro che sono vicine e in relazione con esse, la morte diventa qualcosa di concreto, tangibile e reale. Subentrano inquietudini di ogni tipo: la paura della propria fine, paura del dopo, paura di non essere d’aiuto e all’altezza della situazione, paura di lasciare le persone care, paura della solitudine e della sofferenza.
Pensieri Agitati
Questo groviglio di emozioni e sensazioni attraverso la comprensione dei Tre Principi altro non sono che “pensieri agitati”. I pensieri agitati li ho sempre associati all’acqua torbida: non si vede il fondale se l’acqua non è cheta e trasparente.

I pensieri agitati li sentiamo quando siamo sopraffatti dalla situazione, quando la rabbia offusca la realtà, quando avvertiamo fisicamente l’inquietudine, quando ci sentiamo confusi, disorientati e senza speranza.
L’incontro con i Principi mi ha permesso di comprendere, di sentire e percepire questa agitazione in me stessa e negli altri. Anche in momenti complessi e difficili, sopraggiunge una percezione particolare e immediata che mi spinge a volgere lo sguardo verso una profondità, un‘intimità che mi permette di valutare la qualità dei miei pensieri e delle sensazioni del momento.
La nostra esperienza di vita nasce dall’interno e prende vita attraverso Mente, Coscienza e Pensiero, mentre noi facciamo esperienza dei nostri pensieri che cambiamo di momento in momento.
L’affidarsi a questa profondità, alla propria intimità consente alla mente di auto-correggersi e al torbido di depositarsi, facendo posto alla chiarezza, alla consapevolezza, e all’affioramento di nuove intuizioni.
Solo in questo momento emergono nuove realizzazioni e delle risposte ai molti interrogativi.
La morte è reale certo, ma il modo con cui la si affronta o anche solo la si pensa cambia il proprio vissuto. Se si lasciano prevaricare i pensieri agitati non si vive nel presente. Le paure diventano enormi e offuscano ogni relazione e ogni occasione di vivere a piene mani questi momenti importanti.
Anche nella sofferenza c’è quiete, è possibile vivere attimi preziosi di ascolto, si raccolgono parole, desideri e angosce, sopraggiungono l’ironia e i sorrisi.
I momenti di quiete aprono a nuovi livelli di relazione in cui ognuno ha accesso alla propria intimità. Questi momenti diventeranno magici e importanti perché in questo spazio c’è infinita libertà di pensare alla morte con speranza.
Di cosa è fatta la speranza
In un bellissimo libro: “Di cosa è fatta la speranza”, Emmanuel Exitu, racconta la vita di Cicely Saunders, la fondatrice delle cure palliative e descrive che la speranza è fatta di tanti ingredienti: di istanti che restano a lungo, di un posto dove si vive fino all’ultimo istante scoppiando d’angoscia e al tempo stesso d’amore, di dignità e tristezza e felicità e dolore e gioia e tenerezza e pace e paura tutto nello stesso tempo.
La speranza è il tempo in cui si riscoprono parole mai dette, è il tempo di silenzi carichi di gesti e sguardi importanti, è il tempo di colmare vuoti e sanare ferite, è il tempo in cui ci si apre alla bellezza interiore.
La speranza è un posto dove puoi morire scoppiando di vita. La speranza è fatta di cose che non si capiscono. È fatta di limiti.
-Marie De Hennezel-
L’incontro con le persone al death cafè mi ha confermato e reso ancora più tangibile l’importanza dell’ascolto dell’altro e di noi stessi. Questo ascolto aiuta a mantenere lo sguardo sul momento presente con più quiete e fa si che la sofferenza si possa trasformare in accettazione e comprensione.
“I malati sanno meglio di noi a che punto sono arrivati, e di che cosa hanno bisogno. Bisogna ascoltarli per capirlo.
–Marie De Hennezel-
Comprendere i Principi mi ha permesso di entrare nell’intimità delle persone senza esserne condizionata o peggio spaventata, ma anzi mi consente di parlare con chiarezza e serenità. Creare questi spazi di ascolto e accoglienza permette alle persone di essere libere di esprimersi e di avvertire nuove sensazioni. E anche se non sempre le persone hanno immediatamente sensazioni di speranza di fronte a malattia e morte, come riscontro nella mia professione, raccogliere pezzi di vita dei pazienti mi arricchisce e mi consente di aiutarli. E ogni volta che chiunque ascolta profondamente questa possibilità si apre in noi e nell’altro.
C’era il dolore, certo, ma c’era anche dolcezza, spesso una tenerezza infinita. Stavo scoprendo che lo spazio-tempo della morte è, per chi accetta di entrarci e di guardare al di là dell’orrore, un’occasione indimenticabile di intimità.
-Marie De Hennezel-

Le tue parole mi hanno commossa, emozionata, mi hanno toccata. Grazie per essere riuscita così chiaramente a parlare dell’inevitabile, innominabile ultimo atto della vita. Grazie
Grazie Luisa, bellissimo leggere questo articolo il quale mi tocca molto da vicino.
E’ proprio grazie alla nostra chiacchierata di maggio che ho potuto rimanere in ascolto.
In quei giorni non c’erano parole ma ho potuto capire che lei aveva bisogno della nostra compagnia e noi le siamo stati vicini fino all’ultimo perché non si sentisse sola in quel suo nuovo viaggio.
Non posso dire che è stato facile ma con la comprensione dei 3Principi e la nostra chiacchierata è stato tutto molto più leggero e sereno.
Grazie ancora