Presente, sono io! Vorrei cedere il primato, lo vorrei davvero, ma continuo a cadere nella trappola di farmi carico delle colpe mie e altrui.
Come quella volta…
Io e Carlo decidiamo di fare una gita fuori porta nei boschi vicino a casa. In autostrada mi rendo conto di dover andare in bagno, così prendiamo l’uscita nella direzione di una nota catena di fast food. Carlo parcheggia così, di traverso, occupando tre posti. Io, in preda all’urgenza, non ci bado e esco dall’auto.
Rientrata la crisi, compro due gelati e ritornando verso la macchina mi rendo conto che l’auto, con Carlo sempre seduto al posto di guida, è ancora lì, parcheggiata di traverso occupando tre parcheggi!!! Sento crescere il disagio. Tanto disagio!
A sua discolpa devo necessariamente sottolineare come il parcheggio, predisposto per accogliere almeno un centinaio di macchine, fosse letteralmente vuoto. In più lui era al posto di guida, pronto a lasciare spazio a chiunque ne avesse avuto necessità. Credimi, la Dea Giustizia in persona sarebbe stata ben contenta di distogliere lo sguardo da quel parcheggio per dedicarsi a misfatti ben più rilevanti.
Torniamo a noi. Mentre mangiamo i nostri gelati, un tizio appena sceso dalla moto si avvicina e bussa al finestrino dell’ auto. Carlo abbassa il finestrino e mi ritrovo ad ascoltare questa conversazione.
Signor Tizio: „Salve. Si è accorto di aver parcheggiato di traverso occupando tre parcheggi?“
Carlo risponde: „Sì.“
Signor Tizio: „E non pensa di doversi spostare?“
Carlo, affondando tranquillo il cucchiaino nella pallina di gelato, rigira la domanda: „Le manca un parcheggio?“
Smetto di cogliere i dettagli del discorso. Vorrei solo che la terra mi inghiottisse per levarmi da quella situazione di imbarazzo viscerale. Sento solo qualche botta e risposta e poi vedo il Signor Tizio che se ne va scuotendo la testa. Mi salvo dallo scontro diretto ma percepisco ancora lo sguardo di disapprovazione del Signor Tizio su di me.
Tentennando e forse cercando un appiglio nella tempesta dei sensi di colpa, chiedo a Carlo: „Beh, ma un pò di ragione ce l’aveva, no?“.
E Carlo: „Certo che aveva ragione! Ho parcheggiato di traverso, occupando tre parcheggi! Ti pare che non abbia ragione?”.
La risposta mi spiazza: consapevolezza della colpa 100%, senso di colpa 0%. In lui non c’era ombra di disagio. Io invece per i successivi trenta minuti ho pensato freneticamente a come rimediare al peccato, ripristinare l’ordine cosmico e purificarmi il Karma!
Poi ho avuto un’intuizione: se Carlo, pur avendo la responsabilità del fatto, non manifesta alcun tipo di turbamento, ed io, pur non avendo alcuna responsabilità del fatto, mi sarei scavata la fossa per l’imbarazzo, questo significa che il senso di colpa non ha niente a che fare con la colpa di per sé.
Infatti si può avere la colpa di qualcosa, e sentirsi in colpa. Si può avere la colpa di qualcosa e non sentirsi in colpa. Si può non avere la colpa di qualcosa e sentirsi in colpa. Si può non avere la colpa di qualcosa e non sentirsi in colpa.

Questa intuizione mi ha portato a due considerazioni.
Considerazione #1
Il senso di colpa è in fondo “solo” una sensazione. La sensazione, appunto, di avere una qualche colpa, di essere in qualche modo la causa di una conseguenza spiacevole per noi o per altre persone.
Questa sensazione non viene mai – e dico mai- dalla realtà dei fatti, ma solo ed esclusivamente dal nostro pensiero sulla realtà dei fatti, dal modo in cui vediamo le cose, dalle nostre convinzioni su noi e il mondo.
Esempio: io, convinta che parcheggiare di traverso occupando tre parcheggi sia un crimine degno dell’intervento della DIGOS, mi sento in colpa per aver contribuito, con il mio tacito assenso, allo svolgersi di questi eventi.
Considerazione #2
Quando dico che questa sensazione non viene mai – e dico mai- dalla realtà dei fatti, è perché riconosco che ci sono state delle volte in cui io sono stata oggettivamente la causa di una conseguenza spiacevole per altre persone e non solo l’ho ammesso in modo limpido, non solo mi sono serenamente scusata, ma ho anche appeso la colpa al chiodo dicendomi: “Ho capito, ho imparato. La prossima volta starò più attenta”. Altro che mezz’ora a rimescolare le carte dei possibili scenari! In queste occasioni la questione si è risolta in pochi minuti e senza traccia di sensi di colpa.
Esempio: Carlo che, parcheggiando di traverso occupando tre parcheggi, in un parcheggio altrimenti libero, riconosce con serena obiettività da che parte sta la ragione e continua la sua vita.
Quando sento crescere in me il senso di colpa, sempre più spesso lo considero per quello che è: una sensazione che qualifica più lo stato dei miei pensieri che lo stato obiettivo dei fatti.
E sempre più spesso mi rendo conto di quanto affrontare il proprio tribunale interiore in preda ai sensi di colpa sia di poca utilità. E’ un po’ come trovarsi in un bosco di notte e cercare di capire, sempre di notte, senza vedere ad un palmo dal naso, in quale punto si sia perso il sentiero. E’ molto più utile aspettare che faccia giorno e affrontare eventuali colpe con una mente calma e un animo sereno.
E tu, come affronti le tue colpe? Raccontalo nei commenti. La tua storia potrebbe essere d’ispirazione a me – non ancora contattata dalla DIGOS – e a tante altre persone!
A presto,
Anna
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