Alla fine il Filippo me l’ha fatta: scacco matto. Ma io già lo sapevo, è stata una morte annunciata: io, alla seconda partita a scacchi della mia vita, contro Filippo che ha giocato a scacchi per anni.
Eravamo entrambi ad un corso, io come responsabile, Filippo come partecipante e … esperto di scacchi a quanto pare. “Il mio problema” gli ho detto un giorno durante la pausa pranzo, mentre si parlava del gioco degli scacchi, “è che io so giocare, ma non so vincere. Mi insegni?”. Non so se sulla sua decisione abbia più influito la sua indole generosa o il mio ruolo di “capa del corso”, fatto sta che mi risponde “Va bene, ci vediamo dopo pranzo”.
Così cominciamo la partita. Come ho detto, la seconda della mia vita. Man mano che spostavamo le pedine di qua e di là, attorno al tavolo si radunavano sempre più persone, mio malgrado tutte habitué della scacchiera. E lo ammetto, non è stato solo il mio re ad essere più volte sotto scacco, ma anche il mio orgoglio.
Sapevo che stavo ancora imparando, che era normale perdere, normale suscitare risate con le mie mosse a volte caotiche, a volte prevedibili e altre volte suicide. Forse però mi aspettavo… che so… di essere un genio, di avere una capacità innata per vincere agli scacchi, subito, alla seconda partita della vita. E anche alla terza e alla quarta, sempre!
Più volte ho avuto l’istinto di chiuderla lì, di smettere di giocare e di lasciare il posto a chi poteva ancora salvare il salvabile. Poi però nella mia testa qualcosa ha fatto “click”. Ho messo fuori gioco il mio obiettivo primario, quello di vincere al primo colpo e ho cominciato a perseguirne un altro: imparare. E mi sono rilassata.
Quella settimana ho sfidato a scacchi ogni luminare del gruppo. Ho cominciato a pensare a voce alta, a chiedere ai miei avversari di spiegarmi dove sbagliavo, il perché delle loro mosse, di consigliarmi i prossimi passi e di confidarmi le loro strategie vincenti.
E così, non ci crederai, ma dopo qualche partita… ho continuato a perderle tutte. Divertendomi e imparando sempre di più.
Se avessi ascoltato il mio orgoglio, il mio istinto di conservazione più elementare, quello che mi diceva di non rendermi ridicola giocando ad un gioco a cui non avevo praticamente mai giocato, non avrei mai gettato le basi per una sfida ad armi pari la volta seguente. O quella dopo ancora.
Insomma, ciò che alla fin fine ho messo veramente sotto scacco non erano tanto né il mio re né il mio orgoglio, quanto una mia abitudine limitante: voler sapere invece di voler imparare.
Alla fine della settimana ho ringraziato Filippo per avermi accompagnata nell’universo degli scacchi, per essere stato un avversario paziente e premuroso. La sua risposta è stata un colpo di genio: “E’ stato un piacere: non si ha spesso l’occasione di giocare contro se stessi”.
Ed ora vorrei fare un patto con te: alla prossima occasione di apprendimento, quando ti troverai a dover scegliere tra “voler sapere” e “voler imparare”, che ne dici di mettere sotto scacco il tuo orgoglio e divertiti ad imparare qualcosa di nuovo? Condividi nei commenti quale sarà questa occasione, sono sicura che lo scambio porterà una ventata di aria fresca e tante nuove idee!
Alla prossima,
Anna
Cara Anna,
grazie per questo articolo ed in particolare questi due momenti:
1. Forse però mi aspettavo… che so… di essere un genio, di avere una capacità innata per…
2. non rendermi ridicola
mi sono ritrovata in entrambe le situazioni e credimi, non me la sono goduta per niente e l’apprendimento è stata una fatica.
Accetto volentieri la tua “sfida”, di fidarmi della mia capacità innata di voler apprendere.
Alla prossima Agnese
Ciao Agnese,
sono contenta che l’articolo ti abbia potuto dare spunti di riflessione. E racconta, come è andata alla fine questa nuova sfida? Un abbraccio.